Terza guerra mondiale a pezzi

L'Ucraina è il dito, la transizione multipolare è la Luna. Cosa significa? Che questa guerra sarà ricordata come lo spartiacque del XXI secolo, superando per importanza l'11/9, e cambierà il mondo. Ci sarà un prima e un dopo Ucraina: per ognuno di noi e per ogni potenza del pianeta.

In Ucraina non si sta giocando soltanto il futuro della Rus’ di Kiev, cioè la sua collocazione geopolitica e identitaria in un blocco piuttosto che in un altro, perché è dove si sta scrivendo il futuro del mondo. L’Ucraina è un campo di battaglia ed un tavolo negoziale. È terra contesa e trincea di uno «scontro di civiltà» preconizzato da Samuel Huntington nel vicino eppure lontano 1996.

L’Ucraina è dove finisce e inizia tutto. È dove finisce l’eurasismo, il sogno di un’Europa da Lisbona a Vladivostok, ed è dove inizia il nuovo capitolo del perpetuum bellum tra i due fratelli coltelli dell’Occidente: America ed Europa. È il sogno recondito della Polonia, Cristo d’Europa resuscitato. È la mela d’oro della Turchia erdoganiana, erede inquieto che reclama il legato della Sublime Porta. È il pivot geostrategico che può aiutare gli Stati Uniti ad «espellere» la Russia in Asia. Ed è, soprattutto, una fermata-chiave della «terza guerra mondiale a pezzi».

Il raccolto dopo la semina

Migliaia di combattenti volontari, da ogni parte del mondo, si sono recati in Ucraina per impugnare un’arma: chi per premere il grilletto davanti all’esercito russo e chi per premerlo davanti all’esercito ucraino. Migliaia. Decine di migliaia. Da ogni parte del globo – Europa occidentale, ex Iugoslavia, Siria, Medio Oriente, Repubblica centrafricana. E di ogni credo – comunisti, islamisti, neonazisti, panslavisti ortodossi.

A metà tra la Iugoslavia degli anni Novanta e la Spagna degli anni Trenta, l’Ucraina è un magnete per folli, idealisti e novelli lanzichenecchi. È dove si sta combattendo un nuovo capitolo di quella che papa Francesco aveva ribattezzato la terza guerra mondiale a pezzi già nel 2014.

Pontefici, costruttori di ponti dallo sguardo aquilino, il loro dono è la precognizione. La storia ha dato rapidamente ragione all’erede di Pietro: quei conflitti che andavano esplodendo a macchia d’olio in tutto il pianeta erano parte di un più ampio confronto egemonico tra blocchi. Blocchi che nel 2022, dopo otto anni di germinazione alternata da episodiche fasi di dormienza, hanno cominciato l’antesi, la fioritura.

La guerra in Ucraina ha sancito l’inizio del raccolto. E se il raccolto della Federazione russa è particolarmente ricco, tanto da attrarre combattenti disposti a morire per la Terza Roma da Siria e Repubblica centrafricana, è perché la semina è durata anni, è stata vasta ed è stata oculatamente esperita in teatri a lungo dissanguati dalle politiche imperialistiche delle potenze occidentali. Teatri che oggi non vedono l’ora di immolarsi per il Cremlino, di cui rammentano, peraltro, l’impegno per la decolonizzazione già durante la Guerra fredda.



Gli analisti temono l’«internazionalizzazione del conflitto», ma la verità è che è già internazionale. In un certo senso, lo è sempre stato. Ma lo è diventato, oggi, nel momento in cui l’Ucraina ha creato una Legione straniera, cominciando a ricevere armamenti dall’Alleanza Atlantica, e nel momento in cui la Russia ha chiamato a raccolta plotoni di fedelissimi da quei luoghi che avevano un debito da saldare. E i debitori che hanno un conto da chiudere con il Cremlino, lo si tenga a mente sia per oggi sia per domani, sono tanti: dal «Triangolo della resistenza» della Latinoamerica (che negli Stati Uniti prende il nome di «Troika della tirannia») all’Africa lusofona e francofona.

Le periferie al centro

La terza guerra mondiale a pezzi, o «competizione tra grandi potenze» per i palati più fini, è entrata in un nuovo stadio all’inizio degli anni Venti che vede le «periferie al centro». Le periferie, cioè i reietti della globalizzazione, i satelliti, i lembi di terra contesa, gli stati-dormitorio ai margini dei grandi imperi, i rimasugli dell’età coloniale e le case di conflitti congelati e rivalità mai sopite, al centro del confronto. Come negli anni della prima guerra fredda, dove remotezza era sinonimo di importanza.

Sono gli stati periferici che sono stati travolti da cambi di regime, guerre civili, trame golpistiche e operazioni ibride nell’anteguerra, ultimo in ordine di tempo il Kazakistan, e sono gli stati periferici che sperimenteranno un crescendo di instabilità nel dopoguerra. Sono gli stati periferici che stanno inviando combattenti in Ucraina. E sono gli stati periferici che verranno schiacciati come formiche dagli elefanti che combattono.



È nell’Atlantico, ricco di periferie da accendere, che l’asse Mosca-Pechino proverà a spostare il mirino del fucile. Reazione inaspettata eppure prevedibile all’avanzata occidentale nei cortili di casa di Russia e Cina, al sangue che da tempo scorre lungo la Nuova Via della Seta. Se le due «potenze revisioniste» non hanno il diritto ad avere delle sfere di influenza, allora neanche gli Stati Uniti possono: la «dottrina Monroe» alla prova del XXI secolo.

L’Atlantico, in estrema sintesi, potrebbe diventare georilevante tanto quanto l’Indo-Pacifico. Lo suggeriscono alcuni eventi accaduti nel 2021: il rinnovato dinamismo russo nel Triangolo della resistenza, il «ritorno» cinese in Nicaragua, il vento di instabilità che ha avvolto i domini francesi in Latinoamerica, le ambizioni cinesi sulla Guinea equatoriale e, ultimo ma non meno importante, il curioso sussurro di Xi Jinping, diavolo tentatore, all’orecchio dei nazionalisti argentini che continuano a sognare il recupero delle Malvine/Falkland.

Vecchi e nuovi spettri dell’Europa

Dell’Atlantico si (pre)occuperanno gli Stati Uniti, ma del Vecchio Continente dovrà occuparsene l’Europa. Europa che in Ucraina è stata assente, limitandosi ad armare e sanzionare quando avrebbe dovuto, invece, protagonizzare la scena dei tavoli negoziali. Scena cortesemente lasciata a Cina, Israele e Turchia.

L’Europa sarà un teatro-chiave della terza guerra mondiale a pezzi e non potrebbe essere altrimenti: è il continente speciale par excellence. È la foce della Nuova Via della Seta. È l’appendice occidentale dell’Eurasia. È prateria fertile contesa tra Stati Uniti e Russia. È casa di un cumulo di periferie pronte a diventare centro, come Entità serba di Bosnia, Kosovo, Macedonia del Nord e Transnistria. E ha un balcone che affaccia su vene scoperte che pulsano e possono sanguinare facilmente, come Abcasia, Karabakh e Ossezia del Sud.

All’Europa, geograficamente vulnerabile e identitariamente debole, può essere cagionato danno in una varietà di modi: dal terrorismo alla polarizzazione sociale. Quel confine liquido che è il Mediterraneo la espone alle «armi di migrazione di massa» – “chi controlla il Sahel detiene il potere di aprire o chiudere a piacimento i rubinetti dei flussi migratori in direzione dell’Europa”, perciò i grandi rivali dell’Europa stanno avanzando in questa ex provincia della Franciafrica. E gli stati nazionali dalle tradizioni unitarie meno solide possono essere destabilizzati soffiando sulla sempreverde voglia di separatismo presente in alcuni segmenti della società. Divide et impera.

Agli Stati Uniti l’onere di custodire Taiwan, all’Europa il dovere di impedire che i Kosovo di casa e di quartiere le esplodano in mano. Il dovere di prevedere il risorgere di regionalismi – dalla Catalogna alla Corsica –, di mediare tra aspiranti belligeranti e di preparare dei piani di contingenza per la protezione dei confini fluidi, quando non liquidi, del continente: dal Mediterraneo all’area polacco-baltica.

Un mondo diverso

La guerra in Ucraina sarà ricordata dalla posterità come il punto di svolta della seconda parte del XXI secolo, come uno spartiacque di importanza pari o persino superiore all’11 settembre 2001. E la terza guerra mondiale a pezzi è soltanto uno dei motivi.

La «guerra economica totale» alla Russia è il simbolo della nuova globalizzazione che va prendendo forma: a più corsie, a più velocità, a scompartimenti micro e macroregionali. Un processo le cui basi erano state gettate da Donald Trump e dalla pandemia e che la guerra in Ucraina ha solo accelerato.

Nel nuovo modello di globalizzazione che va nascendo, incardinato su realtà integrative come UE e UEE e destinato ad una progressiva dedollarizzazione, Europa e Asia sono due cose distinte. La Russia, per anni, se non decenni, farà parte dello scompartimento asiatico. E l’eurasismo, cioè il sogno di un’Europa estesa da Lisbona a Vladivostok, che è deceduto il 24.2.22, resterà morto per almeno una o due generazioni.

Non solo globalizzazione: blocchi, poli e alleanze vanno infine formandosi. È finito il tempo dei temporeggiamenti, degli attendismi e della neutralità passiva. Persino la Svizzera, assente dalle due guerre mondiali, ha infranto una tradizione plurisecolare sulla quale ha costruito la sua fortuna. Magniloquente.

Tempo di schieramenti, di scelte di campo, dunque di grandi che chiederanno ai piccoli delle prove di lealtà. Alcuni risponderanno affermativamente, mentre altri cambieranno casacca a grande sorpresa. Oggi sono Putin che cerca di massimizzare la ritrovata fedeltà di Aleksandr Lukashenko e Joe Biden che prova a «comprare» Nicolas Maduro. Domani tutto può essere: i centri sono pochi, le periferie sono tante.

Una cosa è certa: la guerra in Ucraina ha cambiato tutto, ha rimescolato le carte in tavola. Putin avrebbe vinto non invadendo. Portando il conflitto in Europa, invece, ha passato il Rubicone e trascinato il mondo, consapevolmente o meno, verso scenari inesplorati di cui comprenderà la minacciosità soltanto con il tempo.